KOMEDIE ELAHI (Divine Comedy) – Ali Asgari

Con: Hossein Soleimani, Mohammad Soori, Amirreza Ranjbaran, Faezeh Rad

(Iran, Italia, Francia, Germania, Turchia; 98’)

(Orizzonti)

Bahram è un regista quarantenne che ha trascorso l’intera carriera realizzando film in turco-azero, nessuno dei quali è mai stato proiettato in Iran. Il suo ultimo lavoro, a cui il Ministero della Cultura ha nuovamente negato l’autorizzazione, lo spinge al limite della ribellione. Con a fianco il produttore Sadaf, dalla lingua tagliente e in sella a una Vespa, intraprende una missione clandestina per presentare il suo film al pubblico iraniano, eludendo la censura governativa, l’assurda burocrazia e le sue proprie insicurezze.

Ci sono diffusi echi alleniani, tanto nell’attore protagonista quanto nelle atmosfere del film, riferimenti espliciti (se non citazioni) al Moretti di Caro diario, ma anche allusioni a Chaplin, Keaton, alla comicità corporea di Benigni benché il film sia radicato nel realismo poiché riflette la statica e soffocante burocrazia iraniana in cui è intrappolato il protagonista.

Lo straniamento del protagonista è anche quello dello spettatore che, come dichiarato da Asgari, «sperimenta in prima persona la lenta routine della censura. I registi Bahram e Bahman Ark, che hanno dovuto affrontare la censura, interpretano versioni romanzate di sé stessi. La loro presenza è una dichiarazione metatestuale sui temi del film. Allo stesso modo, Sadaf Asgari – a cui è stato vietato di lavorare in Iran dopo aver partecipato a Cannes per Āyehā-ye zamini – apporta un’autenticità sovversiva interpretando sé stessa. L’umorismo non nasce dalla commedia, ma dall’assurdità della repressione. Il complicato sistema di censura crolla sotto le sue stesse contraddizioni».

Divina commedia si trasforma presto da leggero film sovversivo a opera politica che riflette sullo sguardo come strumento di impegno civile, in grado di rileggere con arguzia lo stato delle cose e l’importanza dell’arte come mezzo di partecipazione e condivisione consapevole.

Un film libero, importante proprio per questo, che non manca di lasciare sgomenti nel finale quando solo il silenzio è in grado di comunicare ciò che l’immagine rivela.

 

Matteo Mazza