MORAGHEB (Falling House) di Mohsen Gharaei

Con: Laleh Marzban, Farhad Aslani, Rima Raminfar, Elena Khakbazan
(Iran, USA, Germania) 
124’
Orizzonti
Prendiamo lo schema de Il seme del fico sacro, riduciamone la componente simbolica e portiamone all’estremo la deflagrazione emotiva. Falling house si muove tra questi poli, forte dell’idea di partenza del film di Rasolouf ma assumendo poi una piega diversa. Questo nuovo, lungo e tragico affondo sulle contraddizioni e le ambiguità dell’Iran contemporaneo, inquadrate a partire dalla fotografia di una famiglia apparentemente unita, con i propri sogni e le proprie forze affettive, in cui il padre si trasforma prima in un padrone senza scrupoli poi in un ottuso aguzzino, è una nuova rappresentazione dello specchio deformante del potere.
A dirigere è Mohsen Gharaei, qui al suo sesto lungometraggio, regista attento ad alternare uno sguardo di riflessione sulla condizione restrittiva della donna e uno di denuncia sociale sulle condizioni economiche e culturali del proprio paese. Sebbene la vicenda sia ambientata nella periferia di Teheran, dove una famiglia modesta rischia di perdere la propria casa, destinata a essere demolita per fare spazio a un imponente progetto di riqualificazione urbana, il film segue l’itinerario vertiginoso e infernale di Rashid, padre di famiglia e guardia carceraria, accusato di corruzione, che scopre i piani della figlia maggiore Ensi intenta, in segreto, a lasciare l’Iran per diventare modella. Crescono le tensioni e si avvicina il momento in cui tutto deve cadere: la fiducia, la casa, il mondo. Un’opera pensata e realizzata per raccontare la libertà perduta, le scelte soffocate dalla paura e da un destino imposto, Falling house non è solo la storia di una famiglia ma anche un ritratto feroce di una società osservata dal buco della serratura di una casa, luogo che da protettivo si trasforma in coercitivo. Un film che solleva un drammatico e quanto mai attuale interrogativo: quale è il momento in cui la protezione si trasforma in prigionia?
Matteo Mazza
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Presentato nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Moragheb (Falling House), diretto dal regista iraniano Mohsen Gharaie, è un’opera densa e claustrofobica che usa l’architettura domestica come metafora diretta del controllo patriarcale e della repressione sociale.

La vicenda, che si svolge alla periferia di Teheran, si dipana all’interno di una modesta famiglia che rischia di perdere la propria abitazione per far spazio a un imponente progetto di riqualificazione urbana. Mentre il capofamiglia Rashid, una guardia carceraria sospesa dal lavoro, deve affrontare la minaccia imminente della perdita delle proprie mura, viene alla scoperta dell’intenzione della figlia maggiore Ensi, di trasferirsi all’estero. Nel tentativo disperato di mantenere il controllo, l’uomo trasforma lo spazio domestico in una replica della struttura detentiva in cui lavorava, soffocando le aspirazioni della propria famiglia diventando l’estensione dell’apparato di controllo statale.

Il focolare non è più luogo di protezione, ma il perimetro in cui la paura viene travestita da tutela familiare. Attraverso i personaggi femminili di tre generazioni – la madre rassegnata ai compromessi, la figlia maggiore desiderosa di fuga e la più giovane che incarna la speranza del cambiamento – il film traccia l’evoluzione e le tensioni della società iraniana contemporanea. La traiettoria di Rashid evidenzia come le dinamiche di potere istituzionali vengano interiorizzate e replicate nella vita privata, trasformando l’autorità in una forza distruttiva sia per chi la subisce sia per chi la esercita.

Il dolore umano e la perdita della propria identità viene mostrata in maniera esplicita nel tentativo di fuga della sorella minore, costretta a tagliarsi una ciocca di capelli per disincastrarsi dalla sua prigione, chiaro riferimento al gesto iconico di protesta scaturito in seguito alla morte di Mahsa Amini, la ventiduenne curda uccisa nel settembre 2022 dalla polizia morale. Il corpo delle donne e la loro chioma, mostrata in pubblico senza l’obbligo del hijab, rappresentano il confine su cui lo Stato iraniano impone la propria autorità. La violenza istituzionale esercitata per le strade si riflette così nel microcosmo familiare descritto nel film. La scelta di Ensi di intraprendere la carriera di modella mettendosi in gioco con la propria immagine e con il proprio corpo rappresenta un atto di autodeterminazione e di rottura nei confronti del controllo maschile.

Mohsen Gharaie adotta uno stile visivo essenziale e rigoroso riducendo i movimenti di camera all’interno degli spazi ristretti della casa, amplificando il senso di isolamento dei personaggi. Le interpretazioni del cast restituiscono performance crude e realistiche, capaci di trasmettere il dolore e l’incertezza senza ricorrere a facili melodrammi.

Moragheb si conferma così un’opera potente che offre uno sguardo penetrante e umano su una realtà in continua trasformazione.

Raffaele Piccirillo

In copertina:
MORAGHEB (FALLING HOUSE) – Farhad Aslani and Laleh Marzban