SUMO: SPIRIT WEIGHS NOTHING di Erik Shirai

Giappone, USA, Danimarca, Regno Unito

99’

(Venezia Spotlight)

L’opera offre uno spaccato sul mondo del sumo moderno, a partire dalle storie di quattro lottatori professionisti in diverse fasi della loro carriera: dal novellino al campione sulla via del ritiro. Il racconto illustra i vari aspetti dello sport, sia quelli positivi, come la disciplina e l’etichetta secondo la tradizione, sia gli aspetti negativi, come il grande stress a cui sono sottoposti i corpi dei lottatori logorati dallo stile di vita necessario per competere.

La narrazione procede alternando il racconto dalla focale dei vari atleti, seguiti attraverso interviste, riprese degli allenamenti e dei tornei, con una curiosa fotografia che predilige i toni del seppia quasi virati al bianco e nero. Questa scelta visiva risponde a una precisa logica concettuale: il sumo è una disciplina millenaria che rimane immutabile mentre il resto del mondo corre verso la modernità, e una simile palette fa sì che il girato contemporaneo si confonda perfettamente con le immagini di repertorio, azzerando le distanze temporali per suggerire che, nella loro essenza rituale, passato e presente coincidano.

I combattimenti e le fasi di allenamento vengono rappresentati con inquadrature ravvicinate sui corpi evidenziando la fatica e lo sforzo degli atleti, in contrapposizione ai combattimenti dei tornei nei quali viene inquadrato il ring nella sua interezza restituendo un tono di epicità e di rigore molto giapponese. Accanto alla solennità dei corpi in tensione, la regia si sofferma spesso su piccoli oggetti del quotidiano, dettagli intimi inseriti per ricordare allo spettatore che questi colossi, spogliati della loro corazza sportiva, sono individui comuni molto più simili a noi di quanto sembri.

Il regista ci offre un meticoloso sguardo sui rituali tipici delle arti marziali: dalla preparazione del campo da lotta al battito ritmato dei legni all’ingresso nella sala, passando per le posizioni statiche di allenamento e la cura rigorosa dei capelli tradizionali. La gerarchia e il profondo rispetto per il maestro trovano poi un contrappunto nei momenti di intimità a fine allenamento, dove la severità lascia spazio a una sincera fratellanza e a momenti di riflessione. “La più grande battaglia è quella con se stessi”, ricorda il Maestro ai suoi allievi proprio in uno di questi momenti.

Il titolo stesso, “Spirit Weighs Nothing”, racchiude l’antitesi fondamentale dell’opera: in una disciplina in cui l’aumento di peso e la massa corporea rappresentano l’obiettivo primario, il film dimostra come lo spirito, pur non pesando nulla, sia l’elemento determinante sul piano umano e agonistico per eccellere sul ring.

Rimangono nella memoria la figura di Kosei, ragazzo molto più minuto degli altri combattenti, che rappresenta l’ideale del lottatore che grazie alla propria dedizione e forza di volontà riesce a competere nelle leghe professionali nonostante la propria stazza, e quella del campione a fine carriera che parla dei sacrifici fisici che ha dovuto fare per la sua carriera. Lo Yokozuna, il sommo maestro tradizionalmente venerato come l’entità terrena più vicina agli dèi, viene restituito in tutta la sua toccante vulnerabilità: la macchina da presa ne mette a nudo i gravi problemi di salute e la tenerezza del rapporto con il figlio. Ne emerge una determinazione incrollabile, la lucida consapevolezza che questo stile di vita estremo lo condurrà a una morte prematura, accettata senza esitazioni perché il sumo, prima ancora che una professione, è vissuto come un vero e proprio atto di fede religiosa.

Un prodotto che apre uno squarcio di umanità su un mondo a noi totalmente sconosciuto, dove traspare la voglia di raccontare al di là della finzione.

Ivan Dell’Uomo, Francesco Licciardello e Irene Ancora

In copertina:
SUMO: Spirit Weighs Nothing – Official still (Credits ESPN Fims) (1)