Venerdì 4 settembre – seconda giornata

Fuori Concorso
THE DUKE
Di Roger Michell
Con: Jim Broadbent, Helen Mirren, Fionn Whitehead, Matthew Goode, Anna Maxwell Martin (96′)

Gran Bretagna, 1962. Un anziano ex tassista con velleità da drammaturgo, ruba un dipinto di Goya dalla National Gallery per sensibilizzare la politica ad investire in favore dei pensionati e dei veterani di guerra. Da un curioso episodio reale di cronaca, Roger Michell trae una malinconica commedia che bordeggia tra impegno civile, court movie e dramma familiare legato all’elaborazione di un lutto e ad un sopito rapporto matrimoniale. Sullo schermo primeggia la coppia Broadbent-Mirren (inarrivabili) che restituiscono una notevole prova attoriale regalando due interpretazioni di gran pregio. La regia, gustosa e sorniona, procede tra ricostruzione, inserti d’epoca, montaggio lineare e gustosi inserti in split screen (tutta da ridere la sequenza finale in sala cinematografica con citazione bondiana). Un film leggero ma non privo di grazia nella miglior tradizione delle Ealing Comedies.

Venezia 77
PADRENOSTRO
di Claudio Noce
Con: Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Anna Maria De Luca, Mario Pupella, Lea Favino, Eleonora De Luca, Antonio Gerardi, Francesco Colella, Paki Meduri, Giordano De Plano (122′)

Nel 1976, a Roma, il piccolo Valerio di dieci anni assiste all’agguato ai danni del padre e della sua scorta. Nel frattempo, stringe amicizia con un quattordicenne che vive per strada. Ispirandosi a fatti di cronaca e autobiografici, Claudio Noce costruisce una sorta di “lettera al padre”, figura forte, eroica, magnetica ma altrettanto distante dal punto di vista dell’esternazione dei sentimenti. Della prima parte del film si apprezza più
l’evocazione dell’atmosfera cupa e soffocante degli “anni di piombo” e dei suoi riflessi all’interno del nucleo familiare; nella seconda parte decolla un più corposo e fantastico racconto di amicizia giovanile che diventa motivo di crescita ed elaborazione dei rispettivi drammi familiari. E’ proprio in questa parte che il film gioca le sue carte migliori complici i bravi Mattia Garaci e Francesco Gheghi che riescono a vestire di “leggerezza” la generazione di bambini invisibili vittime di un periodo storico tragico e non ancora del tutto superato. A sottolineare maggiormente la distanza fra la dimensione del racconto rispetto alla ricostruzione storica ci pensa il commento sonoro raffinato a firma del duo Ratchev & Carratello che pesca a piene mani dal repertorio leggero degli anni ’60 e dal barocco di Vivaldi restituendoli in vesti inaspettate (veramente scanzonata la versione per fiati de “L’Estate” da “Le quattro stagioni”). Si apprezza altresì la prova attoriale del collaudato Pierfrancesco Favino. Buona l’accoglienza alla prima proiezione in Sala Darsena.

Orizzonti
GAZA MON AMOUR
di Tasser e Arab Nasser
con: Salim Daw, Hiam Abbass, Maisa Abd Elhadi, George Iskandar, Hitham Al Omai, Manal Awad (87′)

A Gaza un maturo e solitario pescatore si innamora di una vedova, ma non trova il coraggio di dichiararsi. Il fortuito ritrovamento in mare di una statua antica innesca una serie di problemi. Il racconto procede tra dramma e commedia con toni leggeri, talvolta buffi e malinconici al tempo stesso, muovendosi tra temi diversi come il grande rimosso collettivo dell’amore nella terza età, il senso del peccato e della morale, il controllo del potere sugli individui, la realtà sociale dei “territori”. I due registi si muovono con furbizia e delicatezza restituendo un quadro complesso in cui non sono nascoste le critiche al sistema e in cui gli anziani sembrano essere gli unici detentori di una qualche speranza per il futuro. Anche in questo caso, si sottolinea positivamente il commento sonoro che, nel finale, regala un guizzo del tutto inaspettato e strappa l’applauso e la lacrima nei più sensibili. Un buon prodotto da festival.

Orizzonti
THE FURNACE
Di Roderick MacKay
Con: Ahmed Malek, David Wenham, Baykali Ganambarr, Jay Ryan, Erik Thomson, Trevor Jamieson, Samson Coulter, Wakara Gondarra, Mahesh Jadu, Osamah Sami, Goran D Kleut (116′)

Australia, 1897; un giovane cammelliere afghano si trova irretito in una caccia all’oro rubato da una miniera. Film d’esordio per il giovane regista e sceneggiatore australiano (classe 1986), che per l’occasione recupera episodi poco noti della storia locale come l’importazione di manodopera dall’Oriente da parte dell’Impero Britannico con la conseguente compenetrazione fra culture diverse e quella aborigena (tra l’altro, più accogliente nei confronti di Sikh, pakistani, hindu e afghani rispetto ai dominatori bianchi). Il film riprende alcuni topoi del genere western ma la narrazione ha più il tono del racconto di formazione e lo spessore di un apologo sul mito distorto della frontiera con in più il valore del superamento dei pregiudizi etnici e della necessità di una più umana inclusione. Molto interessante, altresì, il confronto tra fede e materialismo esplicitato nell’oggetto cinematografico dell’oro al cui miraggio solo i puri aborigeni resistono. Forse un po’ dilatato il minutaggio, ma, nel complesso, un film che ha delle buone carte da giocare.

Fuori concorso
NAK-WON-EUI-BAM (NIGHT IN PARADISE)
Di Park Hoon-jung
Con: Eom Tae-goo, Jeon Yeo-been, Cha Seoung-won, Lee Ki-young, Park Ho-san (131′)

Un solitario e taciturno gangster sud-coreano si macchia di un crimine per vendetta, diventando così il bersaglio numero uno delle associazioni rivali. Il regista di “I saw the devil” porta in scena un thriller crudo ed entusiasmante, che brilla soprattutto nei suoi momenti action; due sequenze in particolare sono davvero degne di nota; mentre fatica a mantenere una progressione della storia costante attraverso il suo importante minutaggio di 130′. Un esperimento comunque riuscito, che riesce ad abbinare l’estetica fortemente pulp, da film di genere ad una sensibilità arthouse più drammatica, grazie a personaggi molto caratterizzati dal punto di vista della tragicità e non banali. Resta da chiedersi: a chi è rivolto?