Venezia 78 – decimo giorno: venerdì 10

Orizzonti
VERA ANDRRON DETIN (VERA SOGNA IL MARE)
Regia Kaltrina Krasniqi
Interpreti Teuta Ajdini Jegeni, Alketa Sylaj, Astrit Kabashi, Refet Abazi, Arona
Zyberi / Kosovo, Albania, Macedonia del Nord / 82’

È la storia di Vera, donna di mezza età e interprete della lingua dei segni, che a seguito dell’improvviso suicidio del marito – un rinomato giudice in pensione – si troverà ad affrontare un complesso e oscuro percorso di svelamento della verità. La vicenda si infittisce quando la protagonista scopre che, a causa della dipendenza dal gioco del marito, diversi ambienti della malavita sono entrati prepotentemente negli affari di famiglia. La regista Kaltrina Krasniqi porta a Venezia una storia che parla di sua madre, Vera, come la protagonista del film; il suo è uno stile delicatissimo ed elegante, dove nessuna battuta e costruzione scenografica è lasciata al caso. Colpiscono le numerose incursioni dell’elemento del mare, usato all’inizio della vicenda come elemento opprimente, di soffocamento, allusione esplicita alla situazione di completo ‘ovattamento’ della protagonista: in queste dimensioni oniriche Vera si troverà costretta a lottare per tornare a galla, mai riuscendoci. La situazione si ribalta nel finale, dopo la rivincita contro una società che la vuole sorda e muta; qui il simbolo del mare cambia di significato; ora è libertà e spensieratezza. In questo senso è molto significativa l’ultima inquadratura del film, girata in Super8: un campo lungo con Vera, sola in mezzo alla distesa d’acqua, che finalmente riesce ad emergere per tornare a respirare. La LIS, modalità alternativa di comunicazione, si rivela un efficace espediente per evidenziare non solo il mutismo e la sordità di un sistema corrotto che circonda Vera, ma anche una realtà quale quella del Kosovo in cui la figura femminile non ha una propria ‘voce’. Intento della regista, infatti, è stato anche quello di denunciare tale condizione mettendo al centro della narrazione tre differenti generazioni di donne, che incarnano la lotta al patriarcato e l’affermazione pubblica dei propri diritti. Vale la pena soffermarsi sullo spettacolo teatrale d’avanguardia che sta mettendo in scena la figlia della protagonista: si parla di uomini che per costruire un ponte hanno bisogno di sacrificare ‘la donna che porta la colazione’, solo così potranno realizzare una struttura solida e imponente; per tutta la durata del film Vera passerà più volte sopra un ponte con i lavori in corso. Commovente e decisamente da vedere.

Orizzonti
EL OTRO TOM
Regia Rodrigo Plá, Laura Santullo
Interpreti Julia Chávez, Israel Rodriguez Bertorelli / Messico, Usa / 111’

Tom, bambino troppo vivace e fuori dagli schemi, è affidato alle cure della madre Elena che, messa sotto pressione dalla scuola, si vede costretta a far cominciare al figlio un ciclo di psicofarmaci che alterano lo stato di benessere del bambino. La situazione si complica all’arrivo dei Servizi Sociali. L’opera si riserva il difficile compito di indagare le possibili reazioni di fronte al comune Disturbo dell’Attenzione, anche noto come ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder). La denuncia è evidente: si accusa un sistema educativo e di recupero vacillante e lacunoso che, anzichè accompagnare mettendosi pazientemente accanto al bambino ascoltandolo e instaurando con lui una vera e propria via di dialogo, preferisce puntare il dito contro qualcuno e risolvere il problema alla radice con pillole e psicofarmaci, incuranti degli effetti collaterali che potrebbero riscontrarsi nel paziente. Intrigante la scelta dei registi di rappresentare il personaggio del piccolo Tom sempre dentro spazi angusti dai confini troppo stretti e asfissianti, in questo senso è importante sottolineare come si corrispondano le due scene, iniziale e finale del film: entrambe con madre e figlio insieme e soli contro tutti, ma se nell’incipit i due si trovano all’interno della ‘gabbia’ dello stretto e chiuso ascensore, nel finale sono stesi all’aperto, in piscina a guardare il cielo. Assolutamente di spicco la performance del piccolo Israel Rodriguez Bertorelli, senza il quale non si sarebbe potuto mantenere un ritmo fresco e mai noioso. Non convince totalmente il finale. Resta da chiedersi dove sta il confine tra l’intervento educativo/legislativo e l’educazione familiare.

Orizzonti
NOSORIH (RINOCERONTE)
Regia Oleh Sentsov
Interpreti Serhii Filimonov, Yevhen Chernykov, Yevhen Grygoriev, Alina Zevakova /
Ucraina, Polonia, Germania / 101’

Ambientato nell’Ucraina degli anni ’90, Nosorih racconta l’evoluzione nel tempo della vita di Vova, nato e cresciuto in un ambiente dove la violenza era l’unico modo di fare carriera; quando gli si presenta l’opportunità di sfuggire ai debitori, entrerà in una banda malavitosa che lo porterà in un vortice di aggressività e di morte da cui sarà difficile uscire. NOSORIH (Rinoceronte) è il soprannome dato al protagonista e allude alla corazza che nel tempo Vova si è costruito attorno all’anima per proteggersi dall’esterno; numerosi i riferimenti al mondo animale e indicativa la sequenza della perdizione totale dove immagini di sesso, droga e violenza si susseguono sulle note di un pezzo Rock che parla di ‘sguazzare nel fango come maiali’. La metafora visiva tra Vova bambino che distrugge i girasoli e il discorso del protagonista cresciuto sull’identificazione dell’anima con un fiore da non recidere, crea subito un collegamento di senso che allude all’impossibilità della redenzione tanto ricercata. L’agitazione emotiva è data dal frequente utilizzo della camera a spalla che immerge lo spettatore nel cuore dell’azione, la fotografia è incentrata sui colori freddi e la colonna sonora gioca con netti contrasti e silenzi significativi creando sequenze ossimoriche e stridenti. Interessante il piano sequenza iniziale a evidenziare la crudeltà di un ambiente familiare lacerato da drammi. Il regista, ispirandosi alle violenze vissute veramente pochi anni fa tra l’Ucraina e le prigioni Russe riesce a rappresentare un efficace spaccato della società ucraina pregna di brutalità e ferocia. Interessante il lavoro fatto con gli attori non professionisti.

Orizzonti
INU-OH
Regia Masaaki Yuasa
Con la voce di Avu-Chan, Mirai Moriyama / Giappone, Cina /
98’

Giappone. Periodo Muromachi (1336-1573). La storia tratta dell’amicizia tra Tomoari, ragazzo cieco
suonatore di biwa (liuto giapponese) e Inu-oh, ragazzo dalle grottesche fattezze fisiche che indossa sempre
una maschera sul volto. I due formano un gruppo musicale dove Inu-oh, esibendosi come attore di teatro
noh, acquisisce gradualmente sembianze sempre più umane, liberando anime tormentate portandole al Nirvana. La storia è ispirata dal romanzo di Hideo Furukawa HEIKE MONOGATARI INU-OH NO MAKI. L’animazione è caratterizzata da tratti delicati che contrastano fortemente con la rappresentazione realistica e talvolta grottesca delle figure umane, stile che si distacca completamente da quello degli odierni anime giapponesi convenzionali. Alcuni scenari sembrerebbero ispirati ai tradizionali dipinti di paesaggio a inchiostro. La fedele rappresentazione dei costumi e delle ambientazioni dell’epoca si scontrano fortemente con la musica e le esibizioni dei due protagonisti: le melodie degli strumenti musicali tradizionali si mescolano con i veloci ritmi del rock moderno occidentale degli anni ’80. Il prodotto tratta in modo non convenzionale ed efficace la tematica dell’amicizia genuina e dell’importanza dell’indipendenza dal giudizio della società. Lo scopo principale del regista è stato quello di portare alla luce la figura di Inu-oh, drammaturgo e attore del teatro noh, quasi completamente ignorato nella storia del teatro giapponese. Assolutamente da non perdere.