IL QUIETO VIVERE (I want her dead) – Gianluca Matarrese
Con: Maria Luisa Magno, Immacolata Capalbo, Carmela Magno, Concetta Magno, Filomena Magno, Sergio Biagio Turano, Giorgio Pucci
(Italia, Svizzera; 87′)
(Giornate degli Autori)

«Non c’è male peggiore di una famiglia divisa»
Con questa citazione dall’Antigone comincia la tragicommedia che stanno vivendo due cognate, che abitano all’interno di una palazzina in un paesino in cui tutti sono imparentati. Le due, a furia di non-detti, dispetti e fraintendimenti protratti nel tempo, sembrano trovarsi in una tipica situazione, molto comune a tante famiglie italiane: rendersi, reciprocamente, la vita un inferno.
Così Gianluca Matarrese, Fuori Tutto (2019), La dernière séance (2021), L’expérience Zola (2023), porta in Mostra un ritratto fedele, scanzonato, onesto della sua famiglia, le protagoniste dell’opera sono infatti le cugine del regista, cognate tra loro (erano in sala a vedere il film per la prima volta).
Il tono dell’opera è dichiarato già dai primi minuti del film che si apre con una ripresa aerea delle rovine di un anfiteatro greco, ad annunciarci la teatralità della vicenda che si tinge di tragicommedia fin dai primissimi secondi, con ritmi cadenzati di tamburi, preludio di battaglia uniti a tipiche canzoni dalle vocalità calabresi che intonano il ricorrente mantra “dove finisce il sangue comincia la pace, dove finisce la pace comincia il sangue”, a completare il quadro tragico il “coro” delle vecchie zie che osservano e cercano di mediare lo scontro delle cognate, impegnate in una lotta di insulti e urla.
Colpisce l’amore di Matarrese per i suoi personaggi e la fiducia che dimostra nei loro confronti affidando quasi interamente a loro il racconto dell’opera. Non c’è, nella sua operazione, infatti, nè giudizio nè, tantomeno, paura dell’ambiguità, dello scontro e del conflitto. Il regista non cerca “il quieto vivere”, ma piuttosto riconosce la teatralità delle situazioni e le esalta per ciò che sono, ne è un ottimo esempio il doppio finale proposto allo spettatore alla fine di un percorso di discesa verso un’esperienza di solitudine.
Quello di Matarrese non vuole essere un documentario e neppure un “film di eventi”; è un vero e proprio set costruito intorno alla realtà, una specie di reality in cui il reale e la finzione collaborano per raccontare una moderna tragedia greca, la cui struttura risulta perfettamente calzante se si vuole costruire una drammaturgia verticale, com’è quella de Il quieto vivere.
Un Cinema necessario proprio per attivare quel gioco della catarsi che sa essere riconciliatore e terapeutico e che, forse, citando Matarrese stesso, “può evitarci la tragedia del reale” perchè, alla fine: “L’unico vincitore è quello che perdona”.
Irene Sandroni