L’ÉTRANGER – François Ozon

Con: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud

(Francia; 120’)

(In Concorso)

Algeri, 1938. Meursault, un tranquillo e modesto impiegato sulla trentina, partecipa al funerale della madre senza versare una lacrima. Il giorno dopo inizia una relazione occasionale con Marie, una collega, e torna rapidamente alla solita routine. Ben presto, però, la sua vita quotidiana è sconvolta dal vicino, Raymond Sintès, che lo trascina nei suoi loschi affari, finché su una spiaggia, in una giornata torrida, si abbatte la tragedia.

Ventiquattresimo lungometraggio per François Ozon, adattamento dell’opera camusiana rispettoso dei canoni dell’epoca in cui è ambientata la vicenda grazie ad un rigoroso ed elegante e coerente bianco e nero.

Questo film conferma che il cinema di Ozon è votato ad inseguire una domanda di senso che si manifesta sempre come urgente appello di giustizia: razionale, geometrico, assoluto, è un cinema che insegue un ordine che vuole scoperchiare il caos che tutto governa.

La mancanza di senso che innerva il racconto di Camus, il profondo e lacerante vissuto solitario del protagonista della sua opera, altro non è che la diretta conseguenza di una traiettoria temporale a ritroso, nelle emozioni perdute, alla ricerca della verità di legami autentici e necessari ma anche un’attenta disamina e rilettura in chiave socio-politica del periodo coloniale.

Il suo Meursault assume il volto di Benjamin Voisin, già apprezzato protagonista in Estate ’85, già portatore di un disagio esistenziale analogo nel recente Noi e loro, capace di restituire con nettezza la modestia e la tranquillità che definiscono il personaggio di Camus nella Algeri del 1938.

Il regista ha dichiarato di essersi voluto immergere nell’adattamento di L’Étranger per riconnettersi con una parte dimenticata della sua storia personale poiché «il nonno materno era giudice istruttore a Bône (oggi Annaba), in Algeria, e nel 1956 era sfuggito a un attacco, evento che aveva accelerato il ritorno della mia famiglia nella Francia continentale. Lavorando su documenti e archivi, e incontrando storici e testimoni dell’epoca, mi sono reso conto di quanto tutte le famiglie francesi abbiano un legame con l’Algeria, e di quanto pesi il silenzio che spesso grava ancora sulla nostra storia comune».

Il legame con l’opera originaria è quindi duplice, sia per come permea il proprio cinema facendosi segno e senso, sia per come rispecchia una condizione personale che dal particolare guarda all’universale.

Non solo. La traduzione molto fedele, benché assimilabile come rilettura di una contemporaneità lacerata senza smarrire la sua potenza, proietta il film in una dimensione altra, capace di raccogliere e sintetizzare le istanze letterarie, cinematografiche e artistiche del Novecento.

 

Matteo Mazza