ROSE OF NEVADA – Mark Jenkin

Con: George MacKay, Callum Turner, Francis Magee, Edward Rowe, Rosalind Eleazar, Mary Woodvine

(Regno Unito; 114’)

(Orizzonti)

La Rose of Nevada, scomparsa in mare 30 anni fa con a bordo il suo equipaggio, riappare misteriosamente nel porto di un piccolo villaggio britannico. Nick, padre di una famiglia poco abbiente e Liam, giovane uomo in fuga dal suo passato, accettano di lavorare come marinai a bordo del misterioso peschereccio. Ma, dopo la prima battuta di pesca, qualcosa non va e i due iniziano a vivere, inspiegabilmente, le identità dell’equipaggio scomparso trent’anni prima.

L’opera, un omaggio al cinema di fantascienza del passato, per offrire allo spettatore l’esperienza di un vero e proprio “viaggio nel tempo” (sembra di guardare un vecchio VHS di anni fa) utilizza, oltre al ridotto formato dei 4:3 e un filtro che restituisce un’immagine di bassa qualità di risoluzione, un po’ sgranata e con disturbi, effetto vecchia pellicola con rumore, un’operazione sul sonoro, atta a costruire l’impressione nell’orecchio dello spettatore di un suono ovattato e distante.

La regia si concentra moltissimo sui dettagli per narrare e raccontare, i raccordi sonori sono spesso discordanti o sconnessi rispetto alle immagini che vengono proposte e che scorrono sullo schermo; molto utilizzate le esaltazioni di suoni cadenzati e ritmici, ticchettii e, a livello visivo, frequenti i primi e primissimi piani e sequenze di visioni oniriche, dal passato e dal presente, per confondere ancora  di più i piani temporali e contribuire a creare quell’effetto straniante, alienato, che stanno vivendo i protagonisti.

E mentre si salpa verso l’ennesima battuta di pesca, cominciamo anche noi a perdere contatto con le identità e i nomi dei protagonisti.

Irene Sandroni